Dalla campagna #BringBackOurGirls, per chiedere la liberazione delle studentesse nigeriane rapite dai terroristi, a #StandwithPP, la mobilitazione che ha impedito il taglio di fondi per la pianificazione familiare, l’hasthag activism è uno dei fenomeni più interessanti degli ultimi tempi. Questa attività, che si può definire anche “attivismo sul web” (su questo blog avevo già parlato di cyberattismo), presenta alcuni aspetti positivi: per esempio, consente a chiunque di partecipare in modo immediato, favorisce la condivisione di problemi o eventi che accadono in diverse parti del pianeta etc. Tutto positivo? Non proprio. Alcuni problemi ci sono. Per esempio, partecipare a una campagna in rete mette può creare l’effetto” di scaricare la coscienza” senza attivare azioni più concrete: indignarsi e unirsi istintivamente alla protesta in rete può non essere sufficiente. In molti casi sarebbe necessario mettersi in gioco in prima persona. Un altro problema è la diffusione di immagini o messaggi falsi che non riescono ad essere fermati se non dopo alcuni giorni. Voglio però chiudere con una considerazione positiva: senza le campagne realizzate con questo strumento di mobilitazione alcuni problemi non sarebbero mai entrati nella agenda dei media (e dei governi).
Hashtag activism, fenomeno in crescita

4 risposte a “Hashtag activism, fenomeno in crescita”
io sono stata nominata. conosco molto bene l’aisla ma conosco altrettanto bene le altre associazioni SLA, così come le altre associazioni SMA e i luoghi di cura per il motoneurone. Non farò nessuna doccia fredda ma posterò il bonifico una volta che avrò scelto a chi donarlo. Farò quel che posso promuovendo la mia scelta di rendere nota la volontà di donare perché, purtroppo, qui in Italia, c’è stata una bella eco ma più per protagonismo che per donazioni. Da fundraiser e studiosa delle dinamiche del terzo settore, ho il desiderio di approfondire, una volta smorzato l’effetto onda, cosa è successo e come le onp reagiranno a questa valanga impetuosa di new donors. E alla loro conseguente gestione, naturalmente. Ma una cosa è chiara: la Rete e le reti sono capaci di influenzare l’agenda dei media, come ben dici tu in conclusione, e di scardinare il meccanismo perverso della spirale del silenzio nella quale siamo inseriti.
avevo pensato anch’io di fare riferimento a questo ultimo fenomeno ma mi sono astenuta perché non ho ancora chiaro – ma forse non sono la sola – quanta sia la voglia di protagonismo, quale il livello di spettacolarizzazione e quanta l’attenzione vera al problema…
In questi giorni le azioni di hashtag activism stanno scatenando migliaia di commenti di utenti che ne celebrano opportunità e le debolezze. Che sia davvero una strategia efficace? Dipende. La misurazione del’impatto di una campagna virale come quella di #icebucketchallenge, per nominarne una tra le più recenti, è estremamente relativa e soggettiva. Ma l’attivismo da hashtag coinvolge anche azioni di tipo politico, contro il razzismo, come il recentissimo #IfTheyGunnedMeDown (se mi sparassero), con cui , in seguito all’uccisione di un ragazzo afroamericano da parte della polizia, gli utenti dei social hanno iniziato a chiedersi , se fossero stati uccisi, se i media avrebbero diffuso una foto stereotipata (ragazzo di colore=gang=violenza) oppure una foto ordinaria, che li ritraesse nella vita quotidiana. Credo nel potere positivo del web e nel fatto che sempre più spesso da un semplice hashtag possano scaturire attenzione a temi che non sempre trovano spazio sui media tradizionali, consapevolezza, capacità critica, forse un po’ meno spesso mobilitazione concreta attorno ad una causa. Non è di certo la soluzione ai problemi del mondo, ma è una buona opportunità di partecipazione da parte della gente comune, sempre più pronta a criticare il sistema di informazione tradizionale e a partecipare autonomamente al dibattito.
se qualcuno, come ha fatto Paola (che ringrazio), ha altre campagne da segnalare…