In un periodo complesso come quello che stiamo vivendo i comportamenti delle imprese nei confronti delle loro persone possono essere di due tipi. Ci sono, purtroppo, aziende che chiudono o riducono il personale (ma anche qui c’è chi attua ristrutturazioni responsabili e chi no) e organizzazioni che decidono invece di innovare il modo di gestire le risorse umane anche attraverso progetti di welfare aziendale articolati. Ma la vera novità che voglio segnalare arriva dagli USA, dove alcune grandi imprese accanto ai piani sanitari integrativi, al maggiordomo aziendale, al carrello della spesa e ad altre iniziative di questo tipo stanno investendo per migliorare il benessere psicologico delle loro persone riducendo anche i tempi dedicati al lavoro. Il downshifting (termine che significa letteralmente rallentare, scalare la marcia) è prima di tutto un approccio filosofico che riflette sulla necessità di ripensare il rapporto tra lavoro e spazi vitali. Zero energie, gente stressata, voglia di fuggire: in queste condizioni le persone non sono produttive. Alcune imprese si stanno chiedendo se ipertrofizzare lo spazio lavorativo, con la conseguenza di contrarre lo spazio umano, non abbia conseguenze negative. Ridurre i momenti in cui la persona può dedicarsi alle proprie passioni abbatte infatti la creatività e la qualità del lavoro. Adottare un approccio che privilegia la dimensione dell’attenzione al benessere psicologico va ben oltre le strategie di conciliazione dei tempi di cui siamo abituati a parlare. Un approccio interessante che deve essere discusso e approfondito in particolare dalle organizzazioni che hanno deciso di porre le persone al centro delle proprie politiche di CSR. Il tema della gestione responsabile delle risorse umane è uno degli eventi inseriti nel programma culturale de Il Salone della CSR e dell’innovazione sociale che si terrà in Bocconi il 7 e 8 ottobre. Vi aspetto numerosi.
Dal welfare aziendale al downshifting
